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Cultura e società

Antichi mestieri

Quello che le Alpi Ledrensi sono oggi, il carattere dei loro abitanti, il paesaggio che in esse dal fondovalle alle radure alpine, si è evoluto è il risultato di una lunga storia di impegno e di convivenza con una natura speciale e con le sue peculiari risorse.

La vita, la cultura e lo spirito della gente di queste valli sa del legno lavorato, della lana e della resistente pietra che fanno di questo un territorio speciale.

In un'area così ricca di legname è facile capire che l'industria del legno fu una delle prime a svilupparsi nel territorio, ma non è immediato forse pensare a quale peso abbia avuto la presenza abbondante di acque in questo tipo di industria: più di una dozzina segherie erano in attività in Val di Ledro prima della guerra, segherie particolari dette: veneziane. Funzionavano grazie ad una ruota ad acqua che tagliava i tronchi in assi di vario spessore, il legno della Valle di Ledro è particolarmente duro adatto quindi per ponteggi e costruzioni da lavoro. Non era semplice trovare il posto giusto per la costruzione di questo tipo di segheria: erano indispensabili uno spazio ampio per la deposizione del legname, le rive dovevano essere abbastanza alte da salvare l'edificio da eventuali inondazioni e il corso d'acqua doveva avere un flusso quanto possibile costante. Nella segheria ognuno aveva il suo ruolo: il segòt preparava tutti i materiali, il borer provvedeva al taglio e il caraor caricava la legna sul carro.

Un altro modo di utilizzare il legno era quello di produrre la pece e il pegolòt era il mastro di quest'arte. La pece, potente collante e impermeabilizzante, venne usata negli arsenali veneziani prima e poi nella produzione di scarpe.

El carbonèr abbandonava il fondovalle a marzo per spostarsi in quota a fare il carbone. Le località di produzione erano molto distanti dal centro abitato quindi, con tutta la famiglia, dovevano trasferirsi sul posto di lavoro. Una stagione di lavoro garantiva la sopravvivenza durante gli altri mesi. Partivano con carretti portandosi dietro il paiol per cucinare e pulire e qualche animale come galline e capre. Al resto dell'alimentazione provvedevano il bosco e il piccolo orto vicino alla baracca, messa a disposizione del padrone vicino allo spiazzo del poiàt, la catasta di legno che avrebbe dato origine al carbone.

Sebbene molti di questi mestieri non esistano più, la lavorazione del legname è ancora viva in val di Ledro, non mai preso la strada della scultura, come in altre zone del Trentino Alto Adige, ma si è specializzata, date probabilmente le caratteristiche del legno, in elementi da costruzione.

Non tutti sanno che cappelli e pantofole della Val di Ledro erano famosi per la loro qualità, merito probabilmente dello splendido ambiente frequentato dalle pecore locali. Capeleri e il pantofoleri ledrensi esportavano i loro prodotti in tutta Italia settentrionale. Secondo alcuni la prima fabbrica fu a Prè e a Tirano di sotto raggiunse il maggior sviluppo con il rinomato Cappellificio Fedrigotti. La lana veniva cardata e quindi infeltrita, battuta e ribattuta in vasche d'acqua molto calde per farne in un unico pezzo pantofole che venivano poi colorate di rosso, blu o marrone e abbellite con nastri e pon pon. I berretti invece, destinati alla vita sui monti, rimanevano del colore naturale bianco e nero, famosi e ricercati per la loro caratteristica impermeabilità. Questo tipo di industria speciale andò in disuso, come purtroppo in molti casi, a metà del novecento per la concorrenza con il mercato industriale.

Rocce e lavorazione della dolomite sono una specialità nella Val di Ledro e per dirla tutta sembra che nel 1816 il Pierantonio Cassoni, pur non avendo brevettato, fu il primo al mondo a scoprire come produrre carbonato di magnesio dalla dolomite: la magnesia.

Con la fabbrica di magnesia vennero aperte miniere per prelevate le rocce da cui veniva estratto il carbonato di magnesia usato principalmente come farmaco (ottimo digestivo diluito con acqua). Dolomina era il marchio di fabbrica del medicinale.

Questo tipo di produzione lascia poi però il posto, negli anni '20 ad un altro tipo di produzione, ben più rischiosa: quella dei pannelli isolanti… d'amianto.

Ma la magnesia non era l'unico prodotto che si cavava dalla pietra: 'l spizoclì infatti era un mestiere rinomato: l'intagliatore di pietre. Questo tipo di artigiano lavorava enormi blocchi di granito trasformandoli in fontane, colonne, lavatoi, campanili con abilità e perizia, in particolare quelli di Tiarno, che li rese famosi in tutto il territorio.

Agli abbondanti calcari delle Alpi Ledrensi sono associate le calchère, formaci usate per cuocere le pietre calcari e trasformarle in calce viva. La calce era adoperata con molte diverse funzioni come ingrediente per malte e intonaci, per tinteggiature o come disinfettante per ambienti. Sembra che il livello di igiene nelle abitazioni ledrensi fosse particolarmente elevato proprio grazie al metodico uso della calce. Tutti, da queste parti, avevano una fossa con calce spenta in giardino, sempre pronta all'uso.

Non tutta la materia prima però veniva dalla valle, qualcosa era importato, come il ferro, ma nei metodi di lavorazione i locali divennero imbattibili. La lavorazione del ferro risale a tempi molto antichi ma dal XV secolo il mercato vive una stagione particolarmente florida. Come nel caso del legno, l'abbondante presenza di corsi d'acqua favorì la nascita di diverse fucine che lavoravano il ferro proveniente dalla val Trompia. Nel XVII secolo aprì a Prè la prima ferriera dove venivano prodotti attrezzi e utensili per il lavoro nei campi e nei boschi. A fondarla fu uno dei primi ciuaròi della zona, che aveva appreso l'arte di confezionare le broche (chiodi per le scarpe) nel bresciano e l'aveva importato nelle sue valli. Un'arte che divenne florida in particolare dopo il 1860 quando alcune decine di operai arrivarono dal bresciano insegnando l'arte della produzione delle broche che servirono tanto durante prima quanto la seconda guerra mondiale rifornendo prima l'esercito austroungarico e poi la Vermacht. Una professionalità indispensabile che salvò la vita di molti giovani che, grazie al loro lavoro, riuscirono a non partire per il fronte.

Alla fine della prima guerra mondiale una nuova attività: il recupero del ferro. In quota, lungo il fronte, i resti della guerra erano rimasti abbondanti ela maggior parte era di ferro, materiale prezioso che veniva recuperato e riutilizzato. Per circa un ventennio non ci fu bisogno di importare la materia prima dall'estero…  

Ancora qualche curiosità: alla fine dell' '800 cominciarono ad affermarsi proprio in questa zona le prime associazioni cooperativistiche di professionisti e finanziarie anche grazie all'intraprendente opera di alcuni "don" locali fra cui don Guetti, famoso per aver fondato la prima cooperativa di smercio e consumo, a cui prenderanno l'avvio le casse rurali e la fiornete cooperazione trentina.

Al Mulino Bertolotti di Tiarno nel 1880 si frantumava corteccia di abete usata per la concia delle pelli esportate. La polvere, si scoprì in seguito, avere proprietà estetiche e venne impiegata per la produzione di borotalco.

Pare che il primo francobollo del mondo sia stampato su carta identificata con quella di Biacesa (1838). Poco sopra Biacesa sul torrente Ponale questa piccola cartiera fabbricò carta per un secolo dal legno di Legno pioppi, salici, betulle abeti e pini impiegando 10/15 operai.

Lana da lavorare
(foto di Ricordi di Antichi mestieri)
Poiàt
(foto di Ricordi di Antichi mestieri)
Fontana di Tiarno
(foto di Ricordi di Antichi mestieri)
 
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